strategicstudies

Dicembre 3, 2008

Giorgio Galli -La democrazia e il pensiero militare -Leg 2008

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 Non c’e dubbio-come esplicitamente sostiene il politologo milanese Galli-che nel contesto europeo non vi sia alcun rischio attualmente di svolte autoritarie patrocinate dal potere militare.Tuttavia lo svuotamento politico delle democrazie rappresentative potrebbe contribuire a dare spazio alle élite militari nell’influenzare in modo determinante la politica estera ed interna delle nazioni europee.Sotto il profilo squisitamente storico il potere militare-nel novecento ed in particolar modo durante la cold war-ha contribuito ad attuare svolte ora reazionarie ora nazionalcomuniste.Si pensi al gen.Spinola o al maggiore Osorio nel Portogallo degli anni settanta,alla Grecia dei colonelli nel 1967,alla Cuba di Castro,al generale tunisino Ben Ali portato al potere grazie al Sismi-come d’altra parte il colonello Gheddafi- nel 1987 senza naturalmente omettere di ricordare la spagna franchista o il movimento tenentista di Vargas nel 1934 di matrice politica opposta a quella franchista. Ebbene al di la’ delle considerazioni- politicamente di parte -di Galli relative alla netta discontinuita’ tra il regime leninista e quello stalinista e alla legittimita’ delle tesi complottiste di Chiesa,Fo,Blondel sull’11 settembre,le parti piu’ stimolanti del volume sono indubbiamente quelle nelle quali l’autore sottolinea l’originalita’ del contributo di Mini sulla necessita’ di attrezzarsi rapidamente-da parte dei paesi europei e da parte statunitense- per la guerra asimmetrica,nelle quali il politologo milanese individua nell’opera del colonello Tommaso Argiolas -La guerriglia-Storia e dottrina- un contributo significativo sulla particolarita’ della guerriglia che” non puo’ piu’ essere considerata una forma minore di guerra ma deve essere collocata accanto alle grandi operazioni corazzate e nucleari”.Inoltre le ampie citazioni tratte dagli scritti del gen.Jean-relative alla necessita’ di “smettere di consideare la pace come una specie di diritto acquisito(..),di smettere di vantarsi(..) di essere una nazione disarmata e considerare le forze armate come strumento di guerra anziche’ come mezzi indispensabili per qualsiasi pace possibile”contribuiscono ad offrire al lettore un quadro teorico di piu’ ampio respiro.Ad ogni modo,il cap.VIII della Parte Seconda costituisce l’apporto piu’ originale del politologo Galli sotto il profilo storico-strategico.La consapevolezza della assoluta originalita’ della guerra rivoluzionaria rispetto alle tipologie di guerra tradizionali ,fu espressa in tutta la sua ampiezza da Girardet negli anni sessanta due anni dopo l’insurrezione algerina(maggio 1958) in un discorso all’Accademia francese nel quale sottolineava come la guerra rivoluzionaria avesse superato le frontiere tradizionali della specializzazione militare e poneva l’enfasi sulla influenza strategica determinante svolta dalla esperienza vietminh e indocinese nel riorientare profondamente la dottrina militare francese.La centralita’ della dimensione psicologica,l’organizzazione di gerarchie parallele-attuate poi da Trinquier-,la necessita’ di trasformare la neutralita’ del soldato classico in soldato militante in grado di agire psicologicamente sulle masse diventaranno le nuove modalita’ strategiche dell’esercito francese in Algeria e troveranno in Godard,Larechoy,Bigeard e nei trentacinquemila para’ francesi gli strumenti piu’ efficaci per dare concretezza alle nuove scelte politico-militari.L’impostazione ideologica di cui si faranno-nella maggior parte dei casi- interpreti sara’ quella-per usare le parole di Lentin (p.123)-colonial socialista cioe’ una sintesi fra” l’esigenza di un rinnovamento nazionale,il ripristino della grandeur francese e l’intenzione di socialita’ paternalistica”che trovera’ modo di prendere forma concreta nel movimento del 13 maggio ad Algeri.Sebbene siano passati piu’ di quarant’anni da quella esperienza,tuttavia -conclude Galli nel cap.XIV della Parte terza-come gia’ al tempo dei colonelli della guerra rivoluzionaria il pensiero militare contemporaneo non potra’ che scegliere sulm piano politico o il liberismo o “ soluzioni che comportino un principio di programmazione”.

Gagliano Giuseppe

                    

Novembre 14, 2008

BADENKAMPE DI HANNS SCHNEIDER-BOSGARD,LEG

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BADENKAMPE di HANNS SCHNEIDER-BOSGARD,LEG 2003

Scritto dal corrispondente bellico delle SS e pubblicato tra il 1944 e il 1945 ,questo saggio costituisce un vero e proprio handbook di controguerriglia operativa sorto per attuare efficaci contromisure nella zona operativa del Litorale-Adriatico.Benche’ diviso in otto capitoli-all’interno dei quali trovano ampio spazio le riflessioni di Seitz sul ruolo degli ustacia nel contesto croato,le analisi comparative di Rosner sul nazismo e sul fascismo e l’approccio geopolitico di Glauen sulla penisola istriana-la parte centrale del saggio e’ dedicata alla individuazione delle linee di forza che caratterizzano la guerra per bande e alle necessarie contromisure. L’autore- consapevole che numerose sono le caratteristiche che accomunano la guerra per bande sia in Europa che nei continenti extraeuropei -e’ altresi’ persuaso che il contesto operativo possa l’analista a introdurre delle varianti che certo non inficiano il quadro teorico di riferimento. Partendo da un assunto clauswetziano,l’autore sottolinea come la guerra per bande sia una vera e propria guerra assoluta che infrange ogni norma del diritto bellico e di cui i bolscevichi sono stati-insieme agli inglesi-interpreti di indubbio valore.La sua diffusione capillare a livello geografico prova che la guerra per bande non ha confini nonostante le diversita’ geopolitiche. L’assenza di attriti e’ certamente un’altra caratteristica di rilievo tanto quanto l’esigenza di distruggere i beni del nemico. Lo smantellamento dei mezzzi di trasporto del nemico e delle vie di comunicazione sono evidentemente due obiettivi ineludibili nella strategia della guerra per bande tanto quanto l’efficacia che determina l’effetto sorpresa cagionando nel nemico sconcerto e disorganizzazione. La mimetizzazione all’interno del contesto della societa’ civile contribuisce in modo evidente al successo della guerra per bande,mimetizzazione che consente la realizzazione di una servizio di intelligence. Proprio per questa ragione la repressione congiunta al controllo capillare della popolazione diventano strumenti efficaci di contromisura e devono consentire di “snidare e neutralizzare gli incaricati locali”della intelligence. Affinche’ la mimetizzazione abbia efficacia, la mobilita’ permanente sia degli uomini che dei depositi deve attuarsi costantemente. A tale scopo,diventa necessario creare le condizioni per una continua fibrillazione del nemico attraverso un incremento delle azioni di sabotaggio e di attacco diretto.Operativamente la formazione di controbande o Jagdkommandos - affiancate da truppe regolari-composte da piccole unita’ sono uno strumento di indubbia efficacia.Naturalmenmte accanto all’azione repressiva diventa indispensabile sia una azione di intelligence sia una accurata guerra psicologica dalla doppia valenza(occulta e /o tramite una adeguata politica culturale) allo scopo di riconquistare gli animi e i cuori della popolazione,dividendo e disgregando nel contempo il nemico. Perche’ tutto cio’ sia portato a compimento una leadership carismatica diviene necessaria ,una leadership che sia in grado di indurre i propri uomini al sacrificio estremo inseguendo il nemico a tempo indeterminato senza lasciare traccia,eliminando le spie,attuando blocchi stradali,addestrando il partigiano alla prontezza operativa costante,costruendo fortificazioni campali,muovendosi in quel segmento temporale che va dal crepuscolo all’alba,sequestrando armi e munizioni al nemico,tagliando le comunicazioni telefoniche, prediligendo il sabotaggio alla distruzione completa(“svitando i binari,piazzando mine sotto i binari,facendo saltare i serbatoi idrici,provocando smottamenti,servendosi di pistole-mitragliatrici e bombe molotov”).Complessivamente l’autore dimostra di avere una conoscenza estremamente approfondita sia della guerriglia che della controguerriglia ,una conoscenza che-al di la’ delle ammissioni implicite-si costruisce su una attenta valutazione della strategia bolscevica e di quella anglosassone la cui efficacia e’ riconosciuta -obtorto collo- dallo stesso autore.

Gagliano Giuseppe

Novembre 12, 2008

BASIL LIDDELL HART,PARIDE O IL FUTURO DELLA GUERRA,LEG 2007

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E’ indubbio che il presupposto metodologico che sostiene il saggio dell’autore-edito nel 1925-

sia di natura realista come si evince chiaramente sia dall’ironia riservata ad una interpretazione idealistica delle relazioni internazionali sia dalla costatazione che la guerra e’ un dato di fatto determinato dalla imperfezione della natuta umana.Ma l’approccio realistico nulla ha a che vederecon la condivisione della concezione strategica della guerra assoluta di cui Napoleone fu l’artefice sul piano operativo mentre Clausewitz ne fu il piu’ autorevole interprete,guerra assoluta che raggiunge l’apice della distruttivita nella Grande Guerra.Ebbene per l’autore non sara’ piu’ riproponibile nel futuro una scelta strategica di tale natura soprattutto per le conseguenze devastanti.Al contrario,bisognera’ teorizzare una nuova strategia -denominata strategia indiretta-

allo scopo di rendere operativa una guerra limitata che ponga l’enfasi sulla centralita’ dell’impatto morale che e’ possibile determinare sul nemico,che sottolinei la centralita’ “di trasformare la volonta’ avversa in una volonta’ conforme alla nostra politica”(p.91) con il minimo di danni tenendo sempre ben presente che la distruzione delle forze nemiche non e’ il fine ma lo strumento per conseguire la vittoria.Il raggiungimento di tale obiettivo implica l’uso di una varieta’ di mezzi molto ampi che concorrono ad individuare il tallone di Achille del nemico proprio come fece Paride che fu in grado-con il minimo dispendio di forze-di abbattare pie’ veloce.I mezzi indicati dall’autore si possono agevolmente riassumere nel modo seguente :1)il blocco navale strumento adegauto per eserciatre una rilevante pressione sullo stomaco del nemico;2)la guerra aerea per colpire le tasche del nemico e cioe’ i centri nevralgici della industria nemica che per riuscire dovra’ essere rapida,una sorta di guerra lampo aerea ;3)la guerra chimica che consentira’ di determinare danni permanenti piu’ contenuti rispetto all’uso delle pallottole o delle granate.Le argomentazioni-morali e giuridiche-utilizzate per bandirle sono rigettate dall’autore senza alcuna remora e ipocrisia.4)la guerra sottomarina ed infine 5)il carro armato che concretizza velocita’ e impeto demoralizzando il nemico.Al di la’ della demagogia antitedesca-nei confronti di Clausewitz e antifrancese-nei confronti di Napoleone-,l’autore riconosce di buon grado i meriti del Maresciallo Foch,del Colonello Fuller e del Generale Altrock -omettendo i contributi di grandissima rilevanza di Douhet-nell’averlo anticipato e sottolinea altresi’ l’ampia appplicazione che ha avuto la strategia indiretta nella seconda guerra mondiale.

GAGLIANO GIUSEPPE

Ottobre 24, 2008

REPLICA A DIDIER BIGOT

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Contrariamente a quanto sostenuto dal giornalista francese sul numero di ottobre 2008 di Le monde diplomatique siamo persuasi non solo della legittimita’ dell’intervento americano in ambito finanziario attraverso il coordinamento denominato SWIFT ma siamo altresi’ persuasi che i limiti e gli errori-inevitabili e indiscutibili-connessi alla raccolta di informazioni sui soggetti terroristici non infici per nulla la credibilita’ complessiva della strategia americana.Analogamente,l’uso della tortura-giuridicamente motivata da Derhonitz-ricalca in modo legittimo il modello controinsurrezionale francese attuato in Algeria,legittimita’ che si spiega con il carattere di eccezionalita’ della guerra al terrorismo,eccezionalita’ allargata anche alla implementazione della discrezionalita’ delle intelligence civile e militare .Quanto alla collaborazione-fruttuosa-tra la Ddst el’intelligence statunitense a Guantanamo -contrariamente alla opinione di Bigot che sottolinea tutto il suo sconcerto-questa rientra nella normale routine collaborativa tra agenti operativi.

GAGLIANO GIUSEPPE

Settembre 8, 2008

TONY SLOANE LEGIONARIO PIEMME 2008

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Crudelta’-della guerra-cinismo-verso I subalterni,gli uomini e le donne-autoritarismo neogesuitico-nell’addestramento e nella assenza di liberta’ di scelta.Sono queste alcune delle principali caratteristiche che emergono con nettezza nella autobiografia del legionario Sloane.Indubbiamente avaro nel descrivere nello specifico alcune rilevanti modalita’ operative dell’addestramento-in particolare quelle inerenti alla guerriglia urbana-il volume di Sloane contribuisce a diradare falsi miti-frutto di agiografie- sulla dimensione psicologica dell’essere legionario.L’assoluta discrezionalita’ con la quale la gerarchia militare puo’ decidere di ignorare il passato del legionario,la sostanziale autoreferenzialita’ della legione rispetto alla altre istituzioni militari,la privazione della liberta’ di pensiero e di azione della recluta(come se le regole di condotta fossero state ispirate da Loyola),il fortissimo cameratismo-ora formale perche’ coatto ora sostanziale perche’ sentito ed autentico dal punto di vista umano,la sacralizzazione della disciplina-che l’autore distingue con fermezza dal rispetto verso il superiore gerarchico-la cinica consapevolezza che la condizione del legionario rende agevole allo stato un utilizzo versatile nei piu’ diversi contesti geopolitici e strategici,la scarsa o nulla considerazione per la vita umana(l’autore ricorda l’assoluta indifferenza dimostrata da un sergente per il suicidio di una recluta),la mancanza di qualsiasi scopo-durante il periodo di licenza- che non fosse il sesso mercenario e il costatnte abuso di alcool-,la piena coscienza che il legionario professionista altro non sia che un killer la cui vita oscilla tra l’omicidio di stato,il sesso e il bere spasmodico.Ebbene,la franchezza con la quale l’autore esprime I suoi stati d’animo non gli hanno impedito di impostare la propria vita su parametri diversi senza tuttavia rinnegare in modo ipocrita il proprio passato.

GAGLIANO GIUSEPPE

Settembre 5, 2008

SANDRO NERI SEGRETI DI STATO ALIBERTI 2008

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Il volume del giornalista milanese Neri costituisce un contributo prezioso sia per chiarire l’odissea giudiziaria di Amos Spiazzi-sospesa tra la farsa e la tragedia-sia per indurre il lettore storicamente disinibito a comprendere la complessita’ degli apparati di intelligence volti al contrasto del nemico interno.Di ispirazione monarchica,evoliano con riserva,sincero e assiduo frequentatore del gruppo Ordine nuovo,collaboratore dei periodi Opinione Pubblica e della La Torre,Spiazzi fu uno dei pochi soldati ad essere ritenuto degno di ricevere una formazione specifica di controguerriglia raffinata dalla frequentazione dei corsi Ispeg svolti in Sardegna – volta al contrasto del nemico in caso di invasione-,esperienza che inizio’ a trovare forma concreta in Alto Adige ove ebbe modo di comprendere lucidamente le sovrapposizioni istituzionali e operative tra forze armate e Sifar,preludio di contrasti e incomprensioni future assai piu’ gravi.Ebbene-a parte la scontata conferma della esistenza dei modelli D-Spiazzi conferma nuovamente l’esistenza-negli anni sessanta- della Os organizzazione distinta e autonoma dalla Gladio,distinta perche’ di obbiedenza italiana e autonoma perche’ agiva sul territorio italiano seguendo percorsi diversi rispetto a quelli della Stay-Behind connotata ideologicamente -da Spiazzi- come filoatlantica e filoamericana.Il parallelismo- svolto dall’autore tra le suddete organizzazioni- rivela l’esistenza-all’interno dello stato maggiore-di contrasti non certo marginali tra I ‘nazionalisti’ e ‘filoamericani’,contrasti che hanno svolto un ruolo significativo all’interno della strategia della tensione,strategia -e’ Spiazzi a sostenerlo-che fu abilmente orchestrata da attori istituzionali italiani e non allo scopo di alimentare in un primo momento e neutralizzare in in un secondo momento gli opposti estremismi.Al di la’ della faziosita’ ideologica ed imperizia professionali di alcuni magistrati-quali Tamburino e Casson-e al di la’ delle differenze tra l’orientamento di Sogno e quello dell’autore,la lunga intervista a Spiazzi conferma l’esistenza nel nostro paese di raggruppamenti politico-militari con velleita’ golpiste-tutte inesorabilmente abortite- smentendo nel contempo l’opinione di coloro che hanno ritenuto l’organizzazione Rosa dei Venti una emanazione atlantica,organizzzaione al contrario nata dalle iniziative di Rizzato e Zagolin,iniziative assolutamente -precisa l’autore-autonome.Altrettanto fondamentale e’ sia la conferma che,in caso di provvedimenti di emergenza presi dal Pci dopo la vittoria elettorale,della esistenza di piani controinsurrezionali attraverso la tecnica del golpe sia la conferma che I 622 gladiatori -indicati dalla relazione andreottiana- furono solo teste di ponte per attivare sul territorio cellule clandestine diffuse a livello capillare.In conclusione,a parte l’amarezza dell’autore per la ambiguita’,la vilta’o l’esplicito tradimento di autorevoli-almeno sulla carta-rappresentanti delle istituzioni politiche e militari italiane,diventa arduo negare che Spiazzi-soprattutto a causa della sua integrita’ di soldato alieno da compromessi col padrone di turno- sia stato uno dei tanti capi espiatori degli anni della guerra fredda.

GAGLIANO GIUSEPPE

Settembre 3, 2008

BAGNATO-VERRINI,ARMI D’ITALIA,FAZI 2005

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Contrariamente a quanto sostenuto dagli autori l’industria degli armamenti non incide che in modo marginale sull’economia italiana anche a causa di un politica estera di basso profilo e ondivaga.Ad ogni modo,al di la’ di questa osservazione-certo non secondaria-l’impostazione del volume e’ decisamente di parte;infatti-al di la’ dei propositi riformistici In materia di controllo degli armamenti-gli autori sono convinti sostenitori del piu’ intansigente massimalismo secondo il quale l’industria degli armamenti andrebbe abrogata tout court e I sostanziosi finanziamenti ad essa riservata dovrebero essere stornati a favore della cooperazione,a favore cioe’ delle organizzazione cattoliche e laiche che hanno promosso la 185/90 e la Campagna Banche Armate.A proposito delle quali,la efficacia del pressing politico esercitato ha dimostrato per intero la loro pericolosita’ e nel contempo la lentezza e la inadeguatezza delle risposte delle lobby industriali.Certo,non si puo’ negare che queste-ed in particolare il gruppo di studio POLES-abbiano eroso gradualmente gli innumerevoli impedimenti burocratici posti dalla 185/90 e superato I vincoli di trasparenza che avrebbero reso alla lunga impossibile qualsiasi covert actions -anche grazie al sostegno politico bipartisan e agli accordi bilaterali sovranazionali ( come quello di FARNBOROUGH) -sovente volti a creare una politica europea degli armamenti in grado di fare da controaltare a quella americana – riuscendo ad aggirare abilmente I vincoli legislativi .Ma non si puo’ fare a meno di prendere atto che l’antagonismo ideologico esercitato dalle associazioni laiche e cattoliche sia stato di tale portata da ribaltare innumerevoli consuetudini nel settore della esportazione degli armamenti.Certo se da un lato-come riconoscono d’altra parte onestamente gli stessi autori-dal 90 ad oggi non pochi degli attori antagonisti non sono stati piu’ in grado di esercitare una azione di contrapposizione degna di questa nome a causa della loro frammentazione,dei loro protagonismi o piu’ semplicemente del loro opportunismo dall’altra parte il decollo della Finmeccanica-letto dagli autori come una iattura-ha rimesso in discussione in modo sostanziale I successi iniziali dei nuovi Savanarola.(si pensi-a tale riguardo-che l’ impossibilita’ di contrastare l’ampio consenso dei lavoratori della Val Trompia intorno alla Beretta rappresenta per gli autori uno scacco). In conclusione,proprio la lettura del volume avvalora la convizione della assoluta urgenza di porre in essere nel nostro paese una istituzione analoga alla EGE francese in grado di programmare ed attuare una valida strategia di guerra psicologica ai danni dell’antagonismo nostrano.

GAGLIANO GIUSEPPE

FABIO MINI SOLDATI EINAUDI 2008

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Per quanto non possa considerarsi sistematico come il celebre volume di Caligaris Paura di vincere

tuttavia il saggio di Mini ha gli stessi pregi:tagliente,irritante per il lettore ipocrita,ironico nei confronti delle patetiche manie di grandezza di determinati scenari strategici.Non sono certo poche le considerazioni critiche che l’autore rivolge-p-e.- al perverso connubio tra politica,lobby industriali e militari di altro grado,alle innovazioni tecnologiche o autoreferenziali o finalizzate a compiacere varie prebende.E come non menzionare le stoccate rivolte ai generali-pappagalli del potere o piu’ semplicemente opportunisti o ,al contrario, gli elogi rivolti ai comandanti operativi e ai professionisti che portano solo onore-con il loro impegno e sacrifico-al paese .Come collocare a latere la vibrante denuncia del gen.Mini rivolta alle innovazioni tecnologiche sofisticate quanto ben lungi dall’essere attuate in tempi ragionevoli o a quelle finalizzate solo a compiacere interessi torbidi che arrecano solo danno ai magri bilanci.Se non mancano-nel breve saggio-le costanti strategiche care all’autore quali l’enfasi posta sul ruolo determinante della guerra psicologica,della guerra asimmetrica e sulla incapacita’ da parte Nato e da parte della intelligence statunitense di dare concreta attuazione ad una modalita’ di fare la guerra diversa da quella della cold war,non mancano neppure gli elogi rivolti alla politica estera italiana,elogi tuttavia subito smorzati dalla consapevolezza dello iato tra Europa e Usa,della presenza di numerosi e consapevoli sabotatori dell’autonomia del dispositivo militare europeo, della assenza di collaborazione tra forze di polizia e armate europee e non,dalla proliferazione di protagonismi e particolarismi che continuano ad ostacolare la possibilita’ di realizzare un sistema di difesa integrato.Proprio l’importanza attribuita all’Europa induce l’autore -senza giri di frasi-a stigmatizzare la politica unilaterale americana interessata alla realizzazione di coalizioni ad hoc e non alla edificazione di alleanze paritarie.Ebbene,accanto allle tematiche di politica estera e militare, non mancano le gustose e significative note di costume come quelle relative all’habitat delle caserme italiane o a quelle inerenti alle schedature ‘alla matriciana’ compiute con il celebre modello I durante gli anni della guerra fredda. A proposito dell’Italia,Mini -differenziandosi da numerosi commentatori-non solo sottolinea la scarsa qualita’ del professionismo attuale-con le dovute eccezioni-ma sottolinea anche-con la dovuta ironia-la presenza nel nostro paese di pseudo-strateghi pronti a servire umilmente il padrone di turno senza alcuna reale competenza professionale in cambio di cattedre universitarie e consulenze parlamemtari.D’altronde, quando la professionalita’ finisce per porsi al servizio del potere-sottolinea con amarezza l’autore- rischia di determinate errori clamorosi e di vasta portata come quelli della mancata previsione- da parte della intelligence americana- dell’attentato dell’11 settembre,come quelli della programmazione di modelli di difesa aziendalistici o come quelli dell’uso non proprorzionale dei mezzi offensivi,uso dettato dala cieca obbedienza al potere e non certo da esigenze realmente militari.Infine,la rivoltante demagogia lessicale delle guerre umanitarie,dei soldati di pace hanno-e continuano a determinare-sovrapposizioni di ruoli con gravi implicazioni operative congiunte a progressive perdite di credibilita’ come -sul fronte opposto-l’importanza sempre maggiore data ai mercenari-rischia di compromettere l’autorevolezza delle forze armate .

GAGLIANO GIUSEPPE

Luglio 9, 2008

BERNOCHI PIERO,VOGLIAMO UN ALTRO MONDO,DATANEWS 2008

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BERNOCCHI PIERO,VOGLIAMO UN ALTRO MONDO,DATANEWS 2008
In questo recentissimo volume l’autore non solo individua analogie e differenze tra il movimento del sessantotto e quello no global ma con estrema lucidita’ denuncia il tradimento attuato consapevolmente dalla ’sinistra’ istituzionale nei confronti degli ideali socialisti sottolineando la sostanzianziale contiguita’ programmatica tra la sinistra istituzionale e la destra berlusconiana.Con la stessa lucidita’ e fermezza, l’autore non si sottrae dal denunciare la bancarorra alla quale le forze politiche stanno portando il nostra paese in merito al rispetto della laicita’,rispetto barattato in modo osceno da gran parte della classe politica per mere ragioni elettorali .Ancora piu’ spietata-se possibile-la denuncia di un altro tradimento:quello sindacale che per questioni di potere e di trasformismo ha sistematicamente cancellanto alcune delle principali conquiste dei lavoratori diventando il migliore interlocutore dei poteri forti.Insomma la deriva liberista e riformista della sinistra storica e del potere sindacale ha travolto le legittime aspettative dei lavoratori.Ma ecco sulla scena storica apparire un nuovo messia: I cobas che saranno in grado di fronteggiare la reazione padronale con efficacia.Al di la’ del facile ottimismo dell’autore-in alcuni casi indubbiamente commovente e patetico-,noi siamo al contrario persuasi della impossibilita’ del sindacalismo antagonista di attuare una opposizione costruttiva e non velleitaria.Allo stesso modo, la cesura indicata dall’autore tra i movimenti del sessantotto e il terrorismo non ci convice per nulla trattandosi di una interpretazione revisionista, volta a salvare storicamente un movimento fallito per autocombustione e grazie ad una efficace repressione .La stessa fiducia viene riposta nei confronti del movimento no global di cui non si comprende la assoluta inefficacia che ha dimostrato nella capacita’ di trasformare la prassi.Ancora piu’ erronee ci sembrano le valutazioni sui governi del Sud America di cui Bernocchi non coglie la dimensione propagandista non distinguendola dalla realta’( assai lontana dalle favole socialiste).Infatti la mitizzazione politica e il fanatismo ideologico impedisce di osservare ,con il dovuto realismo e con il necessario cinismo, una realta’ che procede su binari esattamente contrari rispetto a quelli indicati nei programmi.Sia sufficiente pensare al tradimento liberista di Lula-ampiamente prevedibile- e alla Cuba castrita vera e propria dittatura monopartitica(altro che democrazia consiliare!).Queste gravissimi errori sono analoghi a quelli compiuti dalla sinistra storica nei confronti sia della Russia leninista e stalinista che nei confronti della Cina maoista.La storia-tragicamente-si ripete e non insegna nulla agli utopisti di ieri e di oggi.
Se all’autore risulta evidente il fallimento del partito- stato-come risulto’ evidente a tutta la tradizione anarchica gia’ qualche anno dopo la rivoluzione di ottobre-non risulta altrettanto palese
all’autore il fallimento al quale saranno destinati gli esperimenti di democrazia alternativa(fatta salva l’osservazione che quella rappresentativa e’ solo un guscio vuoto per celare la spietata competizione tra oligarchie ,tesi questa gia’ formulata dalla scuola realistica italiana).Certo l’idea che adunate di centinaia di miglia di persone possano invertire l’ordine mondiale equivale a non aver compreso la reale dinamica del processo storico,equivale a ricadere nella illusione neo-sessantottina di poter cambiare lo stato di cose attraverso I poteri taumaturgici della assemblea.Anche la difesa svolta dall’autore nei confronti dell’uso della resistenza armata sottovaluta un dato elementare:come e’ legittimo l’uso della guerriglia per difendere I propri diritti cosi’ e’ altrettanto legittimo-da parte del potere- rispondere con eguale forza innescando un circolo vizioso dal quale difficilmente si puo’ uscire in breve tempo.Condivisibile ci pare-al contrario- sia la critica alla posizione non violenta bertinottaina mero espediente politico volto a riassorbire il pacifismo laico e religioso e a creare un incremento elettorale sia al liberismo da operetta del padronato che-senza il sostegno dello stato-sarebbe andato in malora gia’ da tempo immemorabile.
In ultima analisi,siamo persuasi che la forma movimento sia inesorabilmente destinata o ad essere riassorbita dalle oligarchie o a degenerare in violenza terroristica finendo per innescare un processo di controterrore(nella ipotesi peggiore) .

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